UN PO' DI STORIA
Riccia
vuolsi, dall'Amorosa, derivare da colonia romana ivi stabilita in conseguenza
della legge sillana; e ciò sull'autorità di Sesto Giulio Frontino, un brano
della cui cronaca delle Colonie attesta che "Aricia oppidum pro lege
Sullana... Est Munitum. Iter populo non debetur. Ager eius in praecisuris assignatum
est". Il nome di
"Aricia" sarebbe provenuto alla colonia per essere dell'Aricia
laziale."Aricia" romana divenne "Saricia" nei diplomi del
secolo XII, "Ricia" e "Aritiae" negli atti del secolo XIV, "Ritia"
nei decreti di Curia del XVII, e finalmente Riccia.L'antico stemma del Comune portava nel campo una
banda caricata da un riccio (l'Erinàceus Europeo), con intorno allo scudo la
leggenda "Undique tutus" (dovunque sicuro), forse a vanto della
inespugnabilità del castello feudale che vegliava superbo in difesa
dell'abitato. In tempi più recenti - a causa della goffagine spagnolesca che
imperversò nelle tendenze artistiche e sociali durante il periodo vicereale -
il campo divenne partito con banda, caricato nel primo quarto da tre stelle e
nel secondo da un pino al cui piè è il riccio, e la corona principesca turrita
culminò l'insegna.
POPOLAZIONE.
- Abit. 1500
nel 1600: 803 nel 1690: 1050 nel 1700: 2459 nel 1750: 3506 nel 1780: 4500 nel
1795: 4593 nel 1800: 6800 nel 1835: 7846 nel 1850: 7595 nel 1861: 8235 nel
1881: 8777 nel 1901: 8061 nel 1911.
- Non abbiamo
notizie di Riccia nei tempi longobardi, onde non possiamo affermare se
l'università fosse appartenuta alla Contea di Boiano o non piuttosto a quella
di Lucera, ch'erano confinanti fra loro.
Parimente
oscuro è il primo periodo normanno; sennonchè sappiamo che nel secolo XII
Riccia era feudo d'un milite del Monastero dei SS. Pietro e Severo di
Torremaggiore: feudo ecclesiastico, cioè, e non già Comune libero od Università
regia come presume l'Amorosa. La condizione di feudo ecclesiastico si
protrasse, forse, per tutto il periodo svevo.
All'inizio
della dominazione angioina, il Ciarlanti opina che Riccia fosse concessa a
Bartolomeo di Capua: e l'Ammirato è dello stesso avviso. Di Bartolomeo di
Capua, l'eminente giurista, diamo la biografia nel- la mon. di Termoli nel IV
volume. Egli morì nel 1328; e nel 1314 aveva fondato in Napoli il Monastero dei
PP. Verginiani di Montevergine, dotandolo cospicuamente; e nello stesso periodo
di tempo aveva pure fatti eseguire il portale ed il prospetto ornato di statue
della chiesa di S. Domenico attigua al convento omonimo nella stessa città,
così come al presente sussistono.
Gli successe
nel feudo di Riccia il figlio quartogenito, Giovanni (essendo gli altri
premorti), prole di Maria Franco. Giovanni di Capua di Altavilla ebbe a
consorte Iacovella da Caiano, e lasciò due maschi: Roberto e Tommaso.
Roberto ebbe
quattro figli: Bartolomeo, Antonio, Gugliemo (poi arcivescovo di Salerno, e
cardinale nel 1378) e Ludovico nominato cardinale insieme col precedente, da
Urbano VI, secondo afferma il Mazzella. (273)
Bartolomeo fu
l'erede del padre. Ebbe per moglie Andriana Acciaiuoli fiorentina, figlia o
sorella di Niccolò, Gran Siniscalco del Regno al tempo della regina Giovanna I.
Bartolomeo
avendo parteggiato per Luigi d'Angiò (stato pur ospite suo a Riccia) contro
Carlo di Durazzo, fu privato dei feudi appena questi ascesi al trono. Carlo di
Durazzo, divenuto Carlo III Re di Napoli, assegnò i feudi a Luigi di Capua, che
aveva militato nel campo durazzista.
Luigi di Capua
di Altavilla morì nel 1397, colpito da una bombarda,mentre ispezionava le
trincee praticate intorno a Capua. Gli succedette il 15 aprile 1397 il figlio
Andrea,che fu fatto sposare con la moglie Costanza di re Ladislao,suo amico di
corte,per volere dello stesso re,che era gia da lei separato,ma voleva
sfruttarne ancora la parentela e la ricca dote. Il matrimonio fu fecondo e
lieto di due figli: Luigi e Maria, la quale nel 1422 sposò il Conte di Popoli
Francesco Cantelmo, e pochi anni appresso - in seconde nozze - Baldassarre
della Ratta Conte di Caserta.
Andrea morì
tra il 1420 e il 1421; Costanza gli sopravvisse un paio d'anni: ed ambo vennero
tumulati nel sepolcreto gentilizio a Riccia. Andrea era nipote di Giulio Cesare
di Capua, di cui vide la fine tragica ed ignominiosa (275). Luigi, nato nel
1418, fu l'erede feudale. Egli tolse in moglie Altobella Pandone (figliuola di
Francesco che fu poi conte di Venafro), la quale gli procreò numerosa prole.
Luigi di Capua morì, di appena cinque lustri, nel 1443. Chi gli fu successore?
Il Summonte è d'opinione che gli successe il primogenito Andrea: l'Ammirato,
invece, è d'avviso che Andrea fosse premorto al padre, onde il successore
sarebbe stato Francesco, secondogenito.
La verità è
che Andrea fu erede sotto tutela, come rilevasi dal diploma del 26 maggio 1444;
e che, essendo morto adolescente, ebbe a successore il germano Francesco.
Francesco di
Capua d'Altavilla fu tenuto in grande considerazione da Alfonso I e Ferrante I
d'Aragona, che fruirono dell'opera di lui in parecchi lieti eventi di Corte.
Morì in Napoli
nel 1488, e le sue spoglie vennero tumulate nel sepolcreto di Riccia.
Dalle sue
nozze con Elisabetta Conti ebbe: Luigi successore per Riccia, Bartolomeo,
Giovanni morto eroicamente nella battaglia di Seminara, Andrea duca di Termoli,
e Annibale signore di Montagano ed altre terre. Luigi di Capua non avendo avuta
prole da Ginevra Camponeschi della casa comitale di Montorio in Abbruzzo, ed
essendo di malferma salute, fece donazione dei feudi al germano Bartolomeo nel
1496. Bartolomeo di Capua - terzo di tal nome - conseguì il titolo di Principe
di Riccia per sè e la discendenza.
Ebbe in moglie
Roberta Boccapianola nel 1483, la quale essendo unica erede della stirpe gli
portò in dote molti feudi, fra cui Pietracatella e S. Elia, che alle morte di
lei vennero a lui intestati (276).
In seconde
nozze sposò Aurelia Orsini, figlia del duca di Gravina. In terze nozze Lucrezia
Zurlo, famosa ai suoi di per impareggiabile bellezza della persona e del volto.
Bartolomeo di
Capua fu Vicerè pel Molise e per Terra di Lavoro nel 1497, e per l'Abruzzo nel
1506. Vivamente compreso dalla nobiltà storica della stirpe, fu prodigo nel
procurarsi splendide residenze.
Nel 1513 fece
restaurare l'imponente palazzo antico di famiglia in Via S. Biagio dei Librai,
in Napoli, costruito nel secolo XV su disegno d'Andrea Ciccione, a facciavista
di piperno con pilastrate e ciglioni di marmo bianco alle finestre (277).
Nel 1515
restaurò in Riccia il sontuoso castello, del quale diamo più oltre una succinta
descrizione.
Morì il 23
agosto 1522, e fu inumato a Riccia.
Luigi Martino
di Capua, successore di Bartolomeo, era prole della Zurlo, unica moglie feconda
del primo Principe di Riccia. Luigi sposò Giovanella Orsini della casa dei
Principi di Conca, ed ebbe tre figliuoli: Bartolomeo Giovanni e Fabbrizio. Morì
nel 1550.
Essendo
premorto il primogenito, Giovanni fu l'erede feudale. Egli nel 1564 vendè
Pietracatella a Cristoforo Grimaldi; e nel 1566 le terre di S. Giuliano e
Sepino a Scipione Carafa Conte di Morcone, del quale aveva sposata la figlia
Costanza.
Costanza
Carafa procreò due femmine: Giovanna ed Ippolita, rimaste orfane del padre nel
1589.
Ippolita
successe al padre nei feudi; ma dei feudi fece cessione a Fabbrizio di Capua,
suo zio, per essere germano del padre di lei.
Fabbrizio
governò i feudi appena due anni, essendo uscito di vita il 14 settembre 1591.
Luigi di
Capua, figlio di Fabbrizio e Dorotea Spinelli di Scalea, ebbe a consorte
Giovanella Carafa, e morì il 18 dicembre 1627. A lui il dotto Gramigna aveva
dedicato nel 1615 i "Dialoghi e Discorsi" editi a Napoli pei tipi
Scorriggia: il che generò ai nostri tempi la credenza che il Gramigna fosse
nativo di Riccia, mentre risultò da più accurate ricerche essere egli nato a
Prato in Toscana, il 24 ottobre 1575 e deceduto in Roma nel 1650.
Giovanni
Fabbrizio di Capua - figlio di Luigi e della Carafa deceduta nel 1609 - ereditò
i feudi paterni. Si narrano di lui molte gesta di alcova e prepotenza lascive,
le quali - quantunque esagerate forse dalla tradizione - bastano, per quella
parte di vero che possono contenere, a farlo passare presso i posteri per un
don Rodrigo autentico. Ebbe a consorte Margherita Ruffo, e morì il 9 marzo
1645.
Bartolomeo,
figlio di lui e della Ruffo fu il successore nelle terre feudali. Marito ad
Isabella Spinelli ebbe due figli: Giovanni Fabbrizio che gli premorì, e
Giambattista.
Bartolomeo di
Capua - quarto di tal nome nella stirpe - cessò di vivere il 16 agosto 1691.
Giambattista
di Capua, Conte di Altavilla e Principe di Riccia, conseguì pur il titolo di
duca di Mignano. Era uno dei più ricchi signori feudali del Reame, e nel 1698
acquistò Venafro per 100.000 ducati.
L'Amorosa non
s'indugia punto su questo titolare, che ebbe, nondimeno, così viva parte negli
eventi politici del suo tempo.
Giambattista
di Capua fu uomo di moralità deficientissima; ed il Granito lo dipinge come
"destituito di ogni virtù, persino di quelle più comuni tra i gentiluomini
del suo tempo, dei quali non aveva che i vizi; mentre la nobiltà del sangue non
ingenerava in lui altro che orgoglio, e la potenza e le ricchezze il rendevano
più feroce e corrivo alle vendette, di che era oltremodo sitibondo.
"Uso a
vivere circondato da scherani e da bravi, ministri delle sue nequizie,
quantunque si fosse studiato di nascondere sotto certa apparente moderazione e
piacevolezza di modi la perfidia dell'animo, questa, suo malgrado gli
traspariva nel volto. Impaziente di qualunque soggezione aveva sin dalla sua
prima giovinezza mosso lite al padre per l'eredità materna, con essersi
eziandio bucinato che lo avesse minacciato di veleno: in seguito era stato più
volte in carcere per omicidio ed altre violenze fatte commettere dai suoi
sgherri, ed ammonito in più rincontri di governare con più giustizia i suoi
vassalli trattati da lui ancora peggio che non aveva fatto suo padre"
(278).
Ad evitare la
prigione pel delitto di mandato d'assassinio a danno di due suoi vassalli,
erasi nel 1700 rifugiato nel monastero dei PP. Crociferi a Porta S. Gennaro,
dove per diritto d'asilo non poteva temere della libertà.
I suoi amici
del patriziato andavano con frequenza a visitarlo, ed in quei convegni vennero
gittate le prime basi della congiura contro il governo vicereale; nota poi col
nome di Congiura di Macchia, della quale trattiamo nelle notizie feudali
relative a Macchia Valfortore e Campolieto, nel presente volume.
Dopo qualche
tempo il principe di Riccia, sospettando un colpo di mano contro la propria
persona da parte dei vicerè, abbandonò i Crociferi e si trasferì a Benevento,
città pontificia, ospite del cardinale Orsini:
e in Benevento
si trattenne fino allo scoppio della congiura, che egli avrebbe voluta iniziare
con l'uccisione del vicerè, suo acre nemico; al che si oppose Tiberio Carafa
uomo ben altrimenti assennato e prudente.
Il dì 6
ottobre 1701 era fissato per la sommossa; ma i congiurati, avuto sentore che il
vicerè Medina Coeli era già informato della cosa, riputarono opportuno di
anticiparla al 23 settembre. Fu un disastro, come altrove esponiamo; e dopo tre
giorni di lotta fratricida i capi degli insorti dovettero salvarsi con la fuga.
Il principe di
Riccia, fuggiasco in Terra di Lavoro per raggiungere Roma, si ricoverò per
alcuni giorni in una cappella campestre, allo scopo di far perdere le tracce di
sè: ma il duca di Sora (un Boncopagni) suo parente, lo prese prigioniero e fece
tradurre a Napoli. Fu tale la paura che lo prese nel vedersi sotto le grinfe
del vicerè, che - a disarmarne il risentimento e l'ira - si abbandonò a delle
gravi rivelazioni a danno dei complici (egli, il più accanito di tutti!); e per
meglio toccare il cuore del Medina Coeli non rifuggì dal denunziare perfino il
proprio figlio!
La Corte
pontificia (che parteggiava per Vienna) protestò presso il governo vicereale
per l'arresto del principe di Riccia eseguito dentro un luogo sacro; onde il
vicerè, ad evitar beghe, bandì dal Regno il di Capua e n'ordinò la confisca dei
beni.
Giambattista
di Capua andò esule in Francia; ma nemmeno colà ebbe fortuna, poichè - per
motivi che ignoriamo - venne rinchiuso nella Bastiglia e poi confinato ad
Orlèans.
Nel 1707,
tornato nel Regno al seguito delle armi austriache, fu reintegrato nei feudi e
ricolmo di onori. Malgrado però un così inatteso rivolgimento di fortuna, la
moglie Antonia Caracciolo duchessa d'Airola dovè chiedere al Consiglio
Collaterale il permesso di vendere alcuni beni feudali per pagare i debiti
orleanesi dell'allegro consorte.
Morì
Giambattista di Capua il 22 aprile 1732; la cui prole maschile era formata da
Bartolomeo e Scipione chiamato erede per Venafro.
Bartolomeo era
premorto al padre fin dal 15 novembre 1715. La moglie - Anna Cattaneo, di
Baldassarre principe di Sannicandro - diede alla luce un figlio postumo, che fu
nomato Bartolomeo, il quale ereditò i diritti paterni succedendo
cronologicamente all'avo.
Bartolomeo VI
di Capua entrò subito nelle grazie del giovane Re Carlo III di Borbone; e nel
1743, essendo pur duca di Mignano, ebbe la nomina di Colonello del Reggimento
provinciale di Terra Lavoro.
Alla testa di
questo Reggimento si trovò nella giornata di Velletri (11 agosto 1744), dove si
distinse per molti atti di ardimento e di coraggio, e per più ferite riportate
(279).
Egli fu poi
Maggiordomo della regina Maria Amalia, e Gran Protonotario del Regno.
Non avendo
avuta prole da Costanza Gaetani (sposata nel 1731), lasciò disposto che i beni
burgensatici andassero a Francesco Vincenzo
Sanseverino
Conte di Saponara (figlio secondogenito del principe di Bisignano e di Lucrezia
Capece Galeota) con l'obbligo d'inquartare l'arme dei de Capua nella propria, e
di assumere il cognome di Capua Sanseverino (280).
Bartolomeo di
Capua morì nel 1792; e con lui si estinse la nobilissima prosapia sette volte
secolare, la quale lasciava vivissime impronte di sè nella storia politica e
militare del Reame.
Riccia fu
devoluta al demanio e non più data in feudo.
- Riccia è
dipendente, da tempi immemorabili, dell'archidiocesi di Benevento. Comprende
una sola parrocchia sotto il titolo di S. Maria Assunta. Il Patrono comunale
principale è S. Agostino, il dottore numida, la cui festa viene annualmente
celebrata il 28 agosto: e compatrono è S. Vitale martire (diverso dal Ravennate),
di cui la festa viene solennizzata ogni anno nella prima domenica di maggio.
Le sue chiese
sono:
S. Maria
Assunta. - E di antichissima
fondazione. Elevata a parrocchiale collegiata, fu mestieri ampliarne le
dimensioni al declinare del secolo XVIII, onde le fu aggiunta una nave e venne
riaperta al culto e consacrata nel novembre del 1765.
Nel 1883, per
munifica pietà di Mons. Domenico Fanelli, essa andò soggeta a novelli restauri,
e resa decorosa con cinque nuovi altari di marmi varii.
Contiene un
quadro di evidente pregio, su tavola, raffigurante "La Madonna circondata
dagli Apostoli" attribuito dai tecnici alla scuola del Buono (?-1480).
Contiene altresì, custodite in ricca urna, le reliquie di S. Vitale esumate in
Roma nel cimitero di S. Saturnino in Via Salaria e traslate a Riccia nel 1755.
Contiene, infine, un Archivio ricco di circa 230 volumi di atti parrocchiali
accuratamente conservati.
Con decreto 6
giugno 1794 l'arcivescovo Banditi assegnò alla chiesa le insegne corali, ed ai
partecipanti il titolo onorario di canonici.
SS.
Annunziata. - È ad una sola
nave, e la sua fondazione risale al secolo XIV - forse al 1378 - "quando
nelle ribellioni del Regno molti forestieri di detto regno ed anco molti di
Schiavonia vennero ad habitare in questa terra" come si apprende da un
manoscritto del 1585.
Il suo altare
maggiore fu consacrato dal Cardinale Orsini (poi Benedetto XIII) nel 1715. È
sede della Confraternita omonima, unica nel Comune.
SS.
Concezione. - Era annessa al
Convento dei PP. Cappuccini; e di notevole non offre altro fuor che l'altare
maggiore, tutto in legno intarsiato, che si reputa paziente ed artistico lavoro
di un frate dell'antica comunità monastica.
S. Maria
delle Grazie. - E situata
nel Piano della Corte, in prossimità dei ruderi del vecchio castello dei di
Capua, e vuolsi sia la chiesa più vetusta dell'abitato e probabilmente coeva ad
esso.
Contiene le
tombe dei di Capua, ed il sepolcro della infelice regina Costanza di
Chiaromonte: e per tanto, e per la vetustà dell'edificio, meriterebbe d'essere
dichiarata monumento nazionale.
S. Maria
del Suffragio. - Fu
edificata nel 1735 per adibirla alla inumazione dei cadaveri. Venne restaurata
nel 1761; sennonchè nel secolo scorso era giunta a tal grado di deperimento che
l'arcivescovo Cardinale di Rende ne ordinò la chiusura.
Fu riaperta al
culto nel 1899, avendo concorso alla spesa della riattazione la locale Congrega
di Carità, utente delle rendite che ad essa pertinevano anteriormente alla
soppressione dei beni ecclesiastici.
S. Maria
del Carmine. - Annessa
all'antico Convento dei PP. Carmelitani, situato a nord-ovest dell'abitato, a
circa mezzo chilomentro di distanza, in contrada Crocella.
Nell'interno
del chiostro è murata una lapide con la data del 1601: data che deve ricordare
piuttosto qualche restauro, anzi che l'edificazione del monastero, ben
altrimenti più remota.
Il monastero
venne abolito in seguito alla bolla 16 agosto 1653 del pontefice Innocenzo X, e
da quel tempo è custodito da un eremita, che vigila pure sulla chiesa.
La chiesa -
costruita forse nel secolo XIII - fu dovuta abbattere perchè prossima a cadere;
e nel 1864 riedificata in forma ottagonale, mercè l'obolo dei fedeli.
La serie degli
arcipreti:
- Nel secolo
XIII Riccia apparteneva alla Capitanata; ed invero, nella Cedola delle
sovvenzioni generali e nei Regesti del 1320, è detta "Ricia, qui fuit olim
in Capitanata". A quanto pare, fu nel 1286 che avvenne la sua aggregazione
al Molise - secondo opina l'Ammirato - per desiderio di Bartolomeo di Capua,
che - qual feudatario di Riccia dimorante in Napoli - preferiva adire (per le
cause relative al suo maggiore feudo) alla Corte di Capua, anzi che a quella di
Lucera.
Annessa, così, al Molise, Riccia divenne molisana, e sempre al Contado
appartenne, dal declinare del secolo XIII.
Nel 1799 Ricci
a fu compresa nel Dipartimento del Sangro e fatta capoluogo del Cantone che
comprendeva Tufara, Gambatesa, Pietracatella, Monacilioni, Toro, S. Giovanni in
Galdo, Ielsi, Mirabello, Gildone, Foiano, S. Bartolomeo in Galdo e
Castelvetere.
Nel 1807 essa
venne assegnata al Distretto (ora Circondario) di Campobasso, ed elevata a
capoluogo di Governo avente nella propria circoscrizione Gambatesa, Tufara e
Castelvetere. Con la riforma del 1816 il Circondario di Riccia (già Governo) fu
privato di Castelvetere; e per la legge 31 luglio 1892 il suo Mandamento (già
Circondario) ebbe aggiunto il Comune di Ielsi agli effetti giudiziari.
Il mandamento
di Riccia aveva diritto ad un solo rappresentante: nel 1867 gliene furono
assegnati due. I suoi Consiglieri Provinciali furono:
Ricciotti Giuseppe di Riccia, nel 1861.
Ferrara Vincenzo di Gambatesa, nel 1862.
Fanelli Giuseppe fu Gaetano, di Riccia, dal 1863 al 1869.
Fanelli avv. Giuseppe di Nicola, di Riccia, dal 1867 al 1881.
Venditti dott. Raimondo di Gambatesa, dal 1869 al 1873.
Fanelli avv. Alfonso di Riccia, dal 1874 al 1878.
Moffa avv. Giuseppe di Riccia, dal 1879 al 1894.
Fanelli avv. Alfonso di Riccia, dal 1882 al 1901.
Del Lupo ing. Angelo di Riccia, dal 1895 al 19..
Moffa avv. Giuseppe di Riccia, dal 1902 al..
Il Comune di
Riccia ha due frazioni: Paolina, e Castellano, di cui tratteremo in fine della
presente monografia.
Il Municipio
aveva la propria sede in locali di proprietà privata, pei quali corrispondeva
l'annuo fitto di L.800. Dal 1913 risiede in locali di proprietà comunale,
adattati al novello scopo e prima adibiti ad uso delle Scuole elementari.
La serie dei
Sindaci:
Reale Antonio
(1809): De Paola Gaetano (1809): Zaburri Bartolomeo (1810): Mignogna
Domenicantonio (1811-14): Granata Luigi (1815-22): Fanelli Giuseppe (1822-25):
De Sapiis Francesco (1825-31): De Paola Gennaro (1831-32): Fanelli Domenico
(1832-34): Ricciotti Giovanni (1835-37): Ciccaglione Raffaele (1838-40):
Fanelli Giuseppe (1841-43): Zarrilli Francesco (1844-46): Moffa Pietro
(1847-49): Massimo Pasquale (1850-53): Di Tempora Vincenzo (1853-56): Massimo
Michele (1857-60): Fanelli Francesco (1860): Moffa Pietro (1860-61): Fanelli
Nicola (1861-62): Ciccaglione Abele (1862-65): Fanelli Pasquale (1865-67):
Moffa Giuseppe (1867-69): Ciccaglione Abele (1870-71): Massimo Luigi (1871-76):
Fanelli Alfonso (1876-79): Cima Luigi (1880-82): Del Lupo Pietro (1882-
83): Sedati
Pasquale (1883-91): Mazzocchelli Giuseppe (1892-95): Sedati Enrico (1895-96):
Reale Pasquale (1897-98): Di Tempora Vincenzo (1899-1902): Moffa avv. Giuseppe
(1902-08): Reale Pasquale (1908-13): Di Tempora not. Vincenzo (1914...
- Il Collegio
elettorale di Riccia, comprensivo nel 1861 di 14 Comuni (Baselice,
Campodipietra, Castelvetere, Cercemaggiore, Foiano, Gambatesa, Gildone, Ielsi,
Macchia Valfortore, Monacilioni, Pietracatella, Riccia, S. Elia e Tufara), è
comprensivo dal 1891 di 18 Comuni: Campodipietra, Campolieto, Castellino,
Gambatesa, Gildone, Ielsi, Macchia Valfortore, Matrice, Monacilioni, Montagano,
Petrella, Pietracatella, Ripalimosano, S. Giovanni in Galdo, S. Elia, Toro e
Tufara.
Il comune di
Riccia dal 1882 al 1891 fu compreso al Collegio elettorale di Campobasso I.
- È allogata
in locali di proprietà Iaverone, in Piazza Plebiscito, dove sono pur riuniti
l'Ufficio del Registro, l'Agenzia delle Imposte, la Posta e il Telegrafo.
- Sono adibiti
a caserma alcuni locali di proprietà Ricciotti Pasquale, per l'annuo fitto di
L.800. Forza 6.
- È installato
nei locali dell'antico Convento dei Cappuccini, il quale un tempo era
"extra-moenia" ed ora è perfettamente urbano, giacchè l'area
dell'orto monastico forma la piazza più bella e spaziosa dell'abitato.
Esso convento
era stato costruito nel 1679 (a spese dell'Università e del suo signore
feudale) sulla vestigia di un monastero dei Celestini. Fu soppresso nel 1807, e
ceduto dal Demanio al Comune, che vi allogò fin da allora il Carcere e i Gendarmi.
- Dipende
dall'Ispezione Compartimentale di Napoli, ed appartiene al Circolo di
Benevento. Ha nella propria circoscrizione gli 8 Comuni che formano i
Mandamenti giudiziari di Riccia (Gambatesa, Ielsi, Tufara) e di S. Elia a
Pianisi (Macchia Valfortore, Monacilioni, Pietracatella).
- Ha un
circolo comprensivo di 4 Comuni del Mandamento giudiziario: Riccia (Gambatesa,
Ielsi, Tufara).
*Asilo
Infantile. - Sorto ad iniziativa del sac. Andrea Greco dopo il 1870, ne
venne affidata la conduzione alle suore Stimmatine della Congregazione
francescana fondata da Anna Lapini.
Ha sede dal
1873 nell'ex-Convento dei Cappuccin
*Scuole
elementari. - Il Comune annovera sei classi elementari maschili e quattro
femminili, rette da 10 insegnanti d'ambo i sessi.
Le scuole sono
allogate parte in locali di proprietà comunale, parte in locali di proprietà
privata tenuti in fitto.
La spesa
annuale complessiva ascende a L.13.800.
- L'ufficio postale
è stato impiantato nel 1861: l'ufficio del telegrafo nel 1882.
*Congregazione
di carità. - Dispone della rendita di L.4.000; che nel 1902 ascendeva a
L.3.890,95 gravata di un contributo provinciale in L.172,67.
[La
Congregazione amministra il lascito Reale, consistente in un certificato di
rendita di L.200 da erogarsi annualmente in maritaggi fra le giovanette di
Riccia, che non abbiano età inferiore a 18 anni, e con preferenza a quelle che
fossero più prossime congiunte al donatore fino al settimo grado ecclesiastico.
Così dispose,
con testamento 10 aprile 1906 (rogato per not. Giuseppe Cima), il sacerdote
Pietrangelo Reale, nato a Riccia l'11 dicembre 1821 da Pasquale e Felicia
Moffa, e quivi deceduto l'11 aprile 1906].
*Orfanotrofio
ed Educandato femminile. - Nel 1891 l'arcivescovo di Benevento Cardinale
di Rende, chiesti al Comune alcuni locali dell'ex-Convento nei Cappuccini ed
ottenutili con piene forme legali, li fece restaurare a proprie spese ad uso del
pio istituto che intendeva allogarvi, e che da allora fiorisce.
L'istituto è
diretto dalle suore Stimmatine, e le educande corrispondono la tenuissima retta
mensile di L.15.
*Banca
Popolare. - Agenzia (della Banca Popolare di Campobasso) istituita nel 1913,
ed attualmente gestita dal sig. avv. Garibaldi del Lupo.
- A petrolio
fino al 1904: dal 1904 ad energia idrelettrica fornita dalla locale ditta
Massimo-del Lupo.
- È a valle
dell'abitato, e distante da questo meno di trecento metri. Fu costruito nel
1840 in contiguità del Convento dei Carmelitani, del quale abbiamo fatto
menzione nel cenno relativo alla chiesa di S. Maria del Carmine.
Contiene una
cappella appartenente alla Confraternita della SS. Annunziata, ed una gentilizia
del sig. Fanelli Giuseppe fu Francesco.
*S.
Maurizio. - È menzionato dal Sacco, nel "Dizionario" edito nel
1795, come appartenente al Sovrano, val quanto dire a Ferdinando IV di Borbone.
Chi non è pratico di locuzioni feudali potrebbe credere che appartenesse al Re
in proprietà privata: il che non è esatto.
S. Maurizio
era feudo dei di Capua. Devoluto alla R. Corona nel 1792, la Visita Economica
della Provincia ebbe ordine il 3 dicembre 1803 di procedere - col tavolario Broggia
e con l'ing. Carli - all'apprezzo ed alla liquidazione dei beni burgensatici e
feudali di Riccia, per assegnarli al Cardinale Ruffo a conto delle RR.
Munificenze.
Abolita la
feudalità, l'università di Riccia si gravò pel bosco Mazzocco e per S. Maurizio
presso la Commissione Feudale, asserendo di aver un tempo ceduti detti possessi
all'ex-famiglia feudale per un debito di 11.000 ducati; ed ebbe soddisfatta
l'istanza di reintegra con sentenza dell'11 dicembre 1809.
D'allora S.
Maurizio è posseduto da vari cittadini di Riccia. Si vedono entro i suoi vasti
confini i ruderi d'una vetusta costruzione. In una zona dell'ex-feudo, verso il
1850, fu scoverto casualmente un sepolcreto romano, con tombe formate da lastre
di pietre e copertura di tegole comuni, e si rinvennero altresì accanto ai
residui degli scheletri gli oggetti votivi: luci, fibule, spade, elmi, monete,
ecc.
*Officina
elettrica e Molino (Ditta Massimo-Del Lupo). - È un'officina di
trasformazione dell'energia proveniente dallofficina generatrice della ditta
lng. Ferdinando Guacci in agro di Castropignano.
È stata
impiantata nel 1904, e fornisce oltre la forza motrice all'annesso molino (che
sfarina pei privati), l'energia per l'illuminazione pubblica e privata nei
Comuni di Riccia e di Ielsi.
*1863. - Il 1º
settembre le comitive di briganti capitanate da Michele Caruso e da Titta
Varanelli, ammazzano nell'agro di Riccia i contadini Michele di Domenico,
Domenicantonio Moffa, e Giuseppe Ciccaglione.
Quaranta
giorni dopo il delitto, Caruso va nella masseria di Giuseppe Ciccaglione,
rapisce la figlia del povero trucidato, e nel bosco Mazzocca sfoga su di lei la
più oscena libidine, tenendola poi presso di sè per amante.
Filomena
Ciccaglione fruì della disgrazia per salvare l'esistenza di parecchi
disgraziati che cadevano nelle mani del feroce bandito, implorando da lui la
loro libertà in nome dell'amore ch'egli le portava; e covava intanto la propria
vendetta.
Una notte,
stando la comitiva in bivacco nelle campagne di Molinara, Caruso è sorpreso
dalla forza pubblica, catturato, incatenato come una belva con catene di ferro
e tradotto a Benevento, dove l'indomani, dopo sommario giudizio, è fucilato.
Filomena aveva
denunciato il nascondiglio alla polizia, vendicando con la delazione la morte
del padre e l'offesa insanabile inflitta a lei da quel bruto. Ella morì spenta
dalla tisi in Riccia, appena ventiduenne, il 31 gennaio 1866. Era un tipo di
fine bellezza muliebre.
*1873. - Il
sig. Pellegrino Fanelli rinviene in un fondo rustico, di sua proprietà,
nell'agro di Riccia, un ripostiglio di monete in numero d'oltre 3100. Esse
vennero catalogate dal dotto gesuita P. Raffaele Garrucci, che le identificò
tribunizie e pertinenti all'epoca tra il 486 e il 630 di Roma. Dove sono andate
a finire?
Nel
"Dizionario" del Sacco - edito nel 1795, come si è detto - si legge
che in agro di Riccia eravi a quel tempo una sorgente d'acqua sulfurea; nonchè
un piccolo lago del circuito di mezzo miglio, abbondevole di tinche.
*Re
Tancredi a Riccia. - Nel 1192, allorchè ferveva nel Reame la lotta fra le
monarchie normanna e sveva, e il Contado di Molise era già quasi per intero
nelle mani dei tedeschi, Re Tancredi - normanno - nel passare dalla Puglia in
Terra di Lavoro, "fe' parimente prigione presso il castel della Riccia
Roberto figliuol di Riccardo, che fe' morir come suo rubelle". Così il
Capecelatro (281), seguendo Riccardo di S. Germano il quale assegna all'evento
la data del 1193 e si esprime: "Apud Sariciam cepit quemdam filium
Rizzardi et tamquam sibi rebellem punivit".
Il nome della
vittima non è ben chiaro, per l'oscura paternità. Di qual Riccardo poteva
trattarsi? Non certo del Conte d'Acerra carissimo e devoto al Re.
*Il
Castello dei di Capua. - La sua sagoma si svolgeva in linea sinuosa ed
occupava un'area valutata a mq. 1020. L'unico accesso al castello (munito d'un
ponte levatoio che s'abbatteva sull'ampio fossato) era prospiciente
all'abitato, e formato da un unico portale ad arco, aperto nel giusto mezzo
d'una facciata rettangolare, costruita in bella pietra calcarea finemente
gravinata.
Sul portale,
chiuse in cinture a rilievo, tre lastre della stessa pietra; le laterali,
portanti gli scudi in rilievo dei di Capua e dei Chiaramonte, la media un'epigrafe
del seguente tenore: / Bartholomeus III, De Capua Comes Altaevillae / Ad
huiusce loci fortunarumque suarum / Adversus furores bellicos praesidium hanc /
Arcem suo studio et impensa construxit / Anno libertatis humanae MDXV / Succede
hospes abscede hostis / Ne tentes iratum Iovem. / (282).
Nell'interno,
a sei metri dall'ingresso, sorgeva il bellissimo torrione merlato - che ancora
sussiste - il quale conteneva la cannoniera ed una torricella di vedetta.
"Esso - scrive l'Amorosa - era munito di tutti i mezzi balistici per
accrescere l'inespugnabilità del sito, e dalla parte orientale s'ergeva a picco
sul precipizio". Altri baluardi difendevano le altre fronti dell'imponente
castello, posto a cavaliere d'una tenuta di caccia estesa circa 40 ettari e recinta
da mura tutta all'intorno!
Il palazzo, la
residenza feudale - nell'interno della fortezza - presentava quanto di più
attraente e sfarzoso il gusto dell'epoca aveva saputo escogitare; e comprendeva
pure una ricchissima biblioteca. Nulla aveva da invidiare ad una qualunque
villa reale dell'epoca.
All'inizio dei
rivolgimenti rivoluzionari del 1799, il popolo, trascinato dalla rettorica
occasionale d'un medico repubblicano e dal desiderio di chi sa quale bottino,
devastò l'edificio che vantava tre secoli di splendore: devastazione, tanto più
vandalica, quanto meno diretta contro gli antichi feudatari, la cui stirpe era
spenta già da sette anni.
Scamparono
alla rovina il portale, il torrione, gran parte del baluardo ed alcuni muri:
vestigia solenni nella loro mutezza, circa le quali non sarebbe inopportuno di
provocare dei provvedimenti di conservazione.
A parte la
considerazione che i di Capua furono non peggiori degli altri signori della
feudalità, ma certamente più illustri nel campo delle scienze o delle armi, a
quali perdite irreparabili non andrebbero incontro l'arte, la storia e la
civiltà, se si radicasse nel popolo - e prevalesse anche nelle classi
intellettuali - l'idea gretta, balorda, stupidamente vandalica, d'abbattere
tutti gli edifici che ricordino dolori e miserie all'umanità? Roma, a
quest'ora, avrebbe dovuto compiere del Colosseo lo scempio iniziato dai
Barberini; Anversa demolire il suo Steen sanguinoso; le sponde del Reno perdere
la loro più bella attrattiva, la successione fantastica dei loro cento castelli
annidati come falchi in vedetta sulle rupi inacesse, a picco sui flutti...